venerdì 1 novembre 2013

Superstizione: "non è vero, ma ci credo"

 Superstizione: un concetto ormai radicato nella nostra vita quotidiana.  Alcune persone si lasciano condizionare da queste credenze che riescono a modificare molti dei loro comportamenti, altre invece dichiarano di ritenerle nient’ altro  che invenzioni, eppure, al vedersi tagliare la strada da un gatto nero, alcuni cambieranno comunque direzione, “per non rischiare”.
Insomma, la superstizione è spesso parte della nostra cultura e delle nostre tradizioni, risulta quindi difficile abbandonare del tutto certe “precauzioni”.  Un oggetto, un evento può essere di buono o cattivo auspicio, portare fortuna, sfortuna o entrambe a seconda delle situazioni.

Molte delle superstizioni più conosciute affondano le loro radici in epoche antiche, possono quindi essere motivate e interpretate a seconda dell’epoca e del contesto in cui sono nate.



Rompere uno specchio, ad esempio, si dice porti 7 anni di sfortuna. Questo perché ai tempi degli antichi romani, che furono i primi a realizzare specchi fatti interamente di vetro, si credeva che questi avessero la capacità  di privare chi si specchiava di una parte della propria anima, intrappolandola. Dopo sette anni però l’anima avrebbe potuto rinnovarsi, tornando alla sua condizione naturale.
Stessa origine ha la sfortuna legata al numero 17 , scritto in numeri romani: XVII.  Cambiando l’ordine dei numeri otterremo VIXI  (in latino, “vissi”, “sono vissuto”) parola che spesso veniva incisa sulle pietre funerarie.

Anche versare il sale è considerato un evento negativo. In antichità il sale era considerato  molto prezioso e quindi, per rimediare ad un tale spreco, si usava gettarlo dietro la spalla sinistra visto che era credenza comune che il diavolo fosse seduto proprio lì.

E perché un micetto nero dovrebbe portarci sfortuna? Questa credenza risale al Medioevo quando i gatti neri erano considerati fedeli compagni delle streghe. Inoltre, essendo scuri e non ben visibili di notte, capitava spesso che un cavallo si imbizzarrisse vedendone passare uno all'improvviso  scaraventando a terra un povero cavaliere sventurato.  Questi poveri felini malfamati, però, sono riusciti ad ottenere anche le loro soddisfazioni: gli antichi greci ed egizi vedevano nel gatto nero perfezione e rarità, e ancora oggi in gran parte d’Europa possederne uno significa portare la fortuna in casa propria.


Esistono poi alcune superstizioni che non hanno un’origine ben chiara, ma varie spiegazioni possibili.
Il numero 13, ad esempio, è considerato da molti di mal auspicio. Ma quale ne sarà il vero motivo?
Molti lo legano al fatto che all'ultima cena di Cristo ci fossero 13 persone e la tredicesima fosse proprio Giuda;
Sempre nel Cristianesimo, Satana è ritenuto il tredicesimo angelo.
Secondo la mitologia norrena, invece,  Loki ( dio del male e traditore) era il tredicesimo dio.
Si dice inoltre che Filippo II (padre di Alessandro Magno) fosse stato ucciso dopo aver posto la propria statua accanto a quelle di dodici divinità dell’ Olimpo.
Esistono numerose e diverse credenze secondo varie culture. Sono così diffuse che addirittura si parla di Triscaidecafobia: la paura irragionevole del numero 13.

Anche la negatività di aprire un ombrello in un luogo chiuso può avere diverse interpretazioni:  prima di tutto se si pensa a come erano costruiti i primi ombrelli, con le loro punte di ferro, si capisce che era necessaria una certa prudenza nell'aprirlo in uno spazio ristretto! Essi venivano associati anche alla morte visto che i sacerdoti durante l’estrema unzione ad un moribondo, erano sempre accompagnati da un chierico il cui baldacchino ricordava proprio la forma di un ombrello.


Seguire le proprie tradizioni non è un male. Tenere un ferro di cavallo attaccato alla porta di casa, portare con noi un talismano (che può essere un ciondolo, un bracciale, un indumento…) magari regalato da qualcuno che ci vuole bene…tutto senza lasciarsi mai condizionare.  Tutto sommato, venerdì 17 è un giorno come gli altri ;) .

Zombie, solo su uno schermo?

Quante volte ci siamo imbattuti in uno di quei film post-apocalittici?
E quante volte il motivo di disgregazione della società in questi film sono proprio loro, gli zombie?
Esistono centinaia di film in cui sono loro i protagonisti, e dopo anni dalla loro "nascita" ne abbiamo visti di tutti i tipi;

Le classi principali sono due:
"Slow zombie" ( i classici stile "La notte dei morti viventi", lenti e rigidi); e "Fast zombie" (hanno
iniziato ad emergere con l'evolversi della figura della zombie nella cinematografia, corrono e saltano, rendendo inutile ogni tentativo di fuga).

Con il passare degli anni la concentrazione dei registi si è rivolta sempre più alle cause dell'epidemia e allo studio di una società senza più ombra di civiltà, dove il vero pericolo sono in realtà i vivi.
Ma dagli anni '70, oltre a questo, è cambiato molto altro.
Il "non-morto" dei nostri tempi non si alzerà più dalla sua tomba facendo sbucare un braccio dal terreno, ma molto più probabilmente si sveglierà in un laboratorio scientifico.
Insomma, lo scenario ideale è quello di un mondo sfasciato da una guerra nucleare o da un esperimento scientifico non andato a buon fine.

Una cosa è certa: la figura dello zombie esiste da molto tempo ed è diventata un vero e proprio genere.
Addirittura c'è qualcuno che pensa che ci sia un fondo di verità in tutto questo, che lo scoppio di un'epidemia non sia del tutto impossibile.
Forse non hanno tutti i torti. Gli zombie potrebbero non essere frutto della fantasia, o almeno non del tutto.

La parola "zombie" significa spirito dei morti e deriva dalla cultura del Vodou haitiano. 
Secondo le credenze popolari di Haiti, alcuni sacerdoti erano capaci di impossessarsi di una parte dell'anima di un qualunque uomo, detta Piccolo angelo guardiano, producendo una sorta di stato comatoso capace di renderli schiavi anche dopo la morte.

Ricordiamo l'allarme dovuto all'arrivo negli USA della cosiddetta "droga-zombie", una sostanza simile alla cocaina che, agendo sul cervello, porta chi la assume ad una forte aggressività che può sfociare nel cannibalismo.

Una ricerca canadese mette tra le possibili cause della fine dell'umanità (come un meteorite o un attacco dallo spazio) un'epidemia zombie.
Non è una ricerca fine a se stessa, spiegano gli studiosi canadesi, in quanto potrebbe prevedere la diffusione di una malattia sconosciuta.
Questo serissimo studio parte dalle stesse nozioni dei nostri amati film e giunge alla conclusione che cercare una cura sarebbe del tutto inutile, l'unica speranza è non avere pietà!

È realmente possibile?
Un giorno potremmo essere invasi da zombie vaganti in cerca di carne umana?
Forse non come la televisione ce li ha sempre mostrati, forse non come li immaginiamo, ma nulla è impossibile.
Come abbiamo visto, le motivazioni potrebbero essere tante, e tante sono le cose che ancora non sappiamo.



Buona visione!

"Tau tau", l'inchiostro nella storia

Al giorno d’oggi i tatuaggi, accompagnano molte persone nel corso della loro vita, diventando una parte indelebile di quelle stesse persone. Attraverso questa pratica, c’è chi vuole esprimere il proprio essere, chi desidera tenersi stretto un ricordo, tanto da imprimerlo sulla pelle, o chi, semplicemente, li considera un affascinante tratto estetico.

Quando vediamo una ragazza o un ragazzo tatuato lungo la strada, di certo non andremmo mai a pensare che potrebbe trattarsi di un rito di passaggio all'età adulta. Eppure, all'altezza del 1700, era proprio questa la loro funzione. Le ragazze tahitiane, una volta raggiunta la maturità sessuale, venivano tatuate di nero sulle natiche. In realtà l’origine del tatuaggio risale a molti anni addietro.
Erano utilizzati già più di 5000 anni fa da molte popolazioni indigene a scopo terapeutico. Nel corso della storia hanno assunto diversi significati per diverse popolazioni.

Ad esempio gli egizi praticavano la “pittura funeraria”, ritrovata su numerose mummie; o i Celti che usavano tracciarsi sul corpo il simbolo di una divinità o di un animale considerato sacro.  Non tutti però hanno apprezzato fin dall'inizio questa forma d’arte: per i Romani sarebbe stato un abominio violare in questo modo la purezza del corpo umano e usavano i tatuaggi solo per marchiare criminali e prigionieri. Anche loro però dovettero ricredersi in seguito ai contatti con i britannici, i quali portavano impressi sulla pelle i simboli del loro onore e della loro forza.

Alcune cose non sono molto diverse dai tempi antichi: oggi molte persone decidono di fare un tatuaggio che rappresenti la loro religione, il loro credo, un po’ come i crociati portavano il marchio della croce di Gerusalemme.  E, a pensarci bene, molto spesso i tatuaggi rappresentano proprio un momento importante della nostra vita, non lontano, concettualmente, dai riti di passaggio delle antiche tribù indigene.



Ovviamente le tecniche di oggi sono ben diverse: da un piccolo martelletto che picchiettava su un ago (dal cui suono deriva il termine “tau-tau”), siamo giunti alle macchinette moderne, introdotte solo nel 1891. Da questo momento in poi, per molto tempo i tatuaggi saranno simbolo di minoranze etniche, marinai, criminali….fino a quando negli anni ‘70 inizia ad assumere una valenza morale, di ribellione contro i canoni imposti dalla società. Si può dire che oggi non esista più un ruolo preciso del tatuaggio, considerato un pezzo della nostra esistenza e al contempo una meravigliosa forma d’arte.